Protezione dei lavoratori sanitari

Misure di prevenzione e monitoraggio per garantire la sicurezza in ambienti radiologici

kIl rischio radiologico rappresenta una delle principali criticità di salute occupazionale nel settore sanitario. In Italia, oltre 150.000 professionisti sanitari svolgono attività in ambienti con presenza di radiazioni ionizzanti, spesso in zone controllate e con esposizioni cumulative che non sempre vengono pienamente tracciate. A livello globale, secondo OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), più di 7 milioni di professionisti sanitari risultano esposti nell’ambito di attività diagnostiche, interventistiche e chirurgiche, mentre in Europa il comparto sanitario concentra circa il 70% dei lavoratori professionalmente esposti.

In questo quadro si inserisce anche una recente ordinanza della Corte di Cassazione (Sezione Lavoro, ordinanza n. 11310 del 29 aprile 2025), che assume rilievo perché richiama l’attenzione sulla centralità dell’esposizione reale e abituale alle radiazioni ionizzanti nei contesti sanitari. La Corte ha chiarito che, nella valutazione del rischio radiologico, non possono essere decisive solo le qualificazioni formali o le valutazioni organizzative interne, ma occorre guardare alle condizioni effettive di lavoro, alla presenza continuativa in ambienti classificati come zone controllate e all’esposizione cumulativa nel tempo.

Un principio che rafforza il tema della corretta identificazione dei professionisti sanitari realmente esposti, con ricadute dirette anche sul piano della tutela della salute: riconoscere l’esposizione significa rendere più efficaci i sistemi di monitoraggio, sorveglianza sanitaria e prevenzione, oggi essenziali in un settore caratterizzato da un crescente utilizzo di tecnologie radioguidate e da esposizioni ripetute nel corso della vita lavorativa.

Le categorie maggiormente esposte

Le evidenze epidemiologiche internazionali indicano che tecnici di radiologia e infermieri impegnati in sale operatorie e procedure radioguidate rientrano tra le categorie a maggiore esposizione. In particolare, gli infermieri di sala operatoria e gli infermieri strumentisti mostrano un rischio aumentato stimato tra il 20% e il 30%, legato alla presenza abituale in ambienti radiologicamente controllati e alla sottovalutazione dell’esposizione cumulativa nel tempo.

Studi OMS e UNSCEAR associano l’esposizione cronica professionale, anche a basse dosi, a un incremento del rischio di patologie oncologiche, cataratta professionale, disturbi tiroidei e problematiche muscolo-scheletriche, spesso correlate anche all’uso prolungato dei dispositivi di protezione individuale.

Prevenzione e monitoraggio come priorità

«Il rischio radiologico in sanità – sottolinea De Palma – non è un tema residuale, ma una realtà quotidiana per migliaia di professionisti. L’aumento delle procedure radioguidate rende indispensabili monitoraggi costanti, misurazioni oggettive e programmi di sorveglianza sanitaria efficaci, per tutelare la salute nel medio e lungo periodo».

Secondo Nursing Up, la sfida è trasformare il riconoscimento del rischio in prevenzione concreta, rafforzando la tracciabilità delle presenze in zona controllata e l’utilizzo sistematico dei dati epidemiologici, elementi oggi centrali anche per la sostenibilità del sistema sanitario.

Una questione di sanità pubblica

La crescita dell’interventistica e delle tecnologie radiologiche rende il rischio radiologico un tema strutturale per la sanità del futuro. «Proteggere la salute di chi lavora quotidianamente a contatto con le radiazioni – conclude De Palma – significa investire sulla sicurezza delle cure e sulla qualità dell’assistenza ai cittadini».

 

Source: www.irpinia24.it