Al via StreEat Mood Irpinia – Made in Italy tra honest food e illegalità

Questo il titolo del primo dei tanti talk che si avranno in questi tre giorni di eventi, dal 16 al 18 Settembre in cui si promuovono il buono ed il bello d'Irpinia

14354961_1773043292938770_1347965087619193883_nAvellino – Dopo giorni di attesa e di fermento stasera è partita ufficialmente la II edizione dello “StreEat Mood Irpinia”, il cui slogan didascalico sembra essere “Il buon cibo si fa in strada”. Cerchiamo un po’ di comprendere da dove nasce l’idea di questa manifestazione, il sogno, la chimera di chi ha lavorato affinché questa macchina si mettesse in moto facendo partire un evento di queste dimensioni: era la voglia di raccontare l’animo di una terra, l’Irpinia, attraverso i suoi numerosi e prestigiosi prodotti.  L’hashtag  #terrainmoto nasce proprio da questo ideale: cercare di ridisegnare la storia della nostra terra, spazzando via i ricordi tragici, come il Terremoto dell’80, associati a questo territorio, e gettando le basi per la valorizzazione di quest’area su elementi che siano di sviluppo positivo. Per questo le giornate, dal 16 al 19 Settembre, non saranno scandite solo dalla presentazione dei piatti, ma ci saranno workshop, corsi di cucina, approfondimenti sulle colture tipiche irpine e momenti di spettacolo. L’ obiettivo principale è creare una rete utile tra i soggetti che operano nell’agroalimentare irpino, per esaltarne le potenzialità. Bisogna socializzarsi al lavoro di squadra per sviluppare e lanciare un settore che è il nostro vero oro, l’unico che può davvero diventare un palcoscenico su cui i talenti di una terra possono giocare la propria professionalità.

Stasera ad esempio il cibo, è stato il centro di uno dei talk previsti dal programma: “Made in Italy tra honest food e illegalità”, in cui Marco De Biase, antropologo dell’Università di Leigie, ha moderato tra personalità come Gennaro Avallone, Sociologo dell’Università di Salerno, Paolo Ruggiero per Gustarosso, Ferrante Di Somma, Cantine di Marzo ed Emanuela Evangelista, Terratosta. Un excursus brevissimo ma incisivo di Avallone, ci rimanda chiaramente ai tre punti cardine attorno a cui ruota il settore Agroalimentare: “Il primo sono i rapporti di forza tra la grande distribuzione e gli altri attori della filiera, il secondo è la logistica e il trasporto, in quanto i lavoratori sono condizionati dai tempi di lavoro essendo ad esempio presenti molti oligopoli; ed il terzo riguarda i rapporti tra le aziende agricole e i produttori”.

Chi paga le conseguenze di questo sistema saturo e malconcio? – continua il Sociologo – Sicuramente le condizioni di lavoro di chi trasporta non ne traggono profitto e altrettanto accade per le condizioni di lavoro di chi produce, i braccianti. Le imprese scaricano le pressioni delle distribuzioni sui lavoratori. Basti pensare che ogni bracciante percepisce un salario giornaliero che si aggira sui 30-32€ al giorno (circa 4€ l’ora), e questo succede non in aziende che arrancano, che non funzionano, ma anche in imprese che fanno utile ma che non distribuiscono”. Avallone conclude lasciandoci con un interrogativo, o con una speranza: “E’ possibile, in un futuro prossimo, che si venga ad istituire un’alleanza tra contadini e mondo del lavoro salariato? Senza che nessuno soccomba all’altro, ma unendo le forze e viaggiando sulla e nella stessa direzione?”.

A questo interrogativo è fornita una risposta, anche se appena accennata, nello statuto della Cooperativa Agricola “Ottoterre”, che recita così “uno degli obiettivi è il recupero della dignità del lavoro dei viticoltori”, cosa sancisce meglio la necessitò di “fare impresa” con l’altrettanto ideale da perseguire che è quello di mantenere e riscoprire la dignità del mestiere che si svolge, il suo valore simbolico e sociale. Questa cooperativa nasce nel 2005, unisce 60 viticoltori ed è stata sovvenzionata e finanziata da fondi privati. Oggi produce circa 250.000 bottiglie.

Un’altra esperienza ce la racconta Paolo Ruggiero, responsabile commerciale della “Danicoop”, cooperativa agricola di Sarno, che vanta 70 soci e annovera la salvaguardia e la commercializzazione del pomodoro S. Marzano, un prodotto D.O.P. “La nostra è una storia di resistenza e di produzione virtuosa. Abbiamo sempre optato – continua Ruggiero – per una filiera corta e pulita, esportando con successo il nostro prodotto. Sembra strano a dirsi, ma i maggiori consumatori del Pomodoro S. Marzano sono gli USA. La chiave del successo – racconta il responsabile – sta nell’adozione di tecniche di marketing territoriale, ovvero riprendere scene della vita quotidiana, come ad esempio la raccolta di un fascio di cipolle da parte di una donna del posto, per poi condividerlo esponenzialmente con il mondo. Attraversando le grandi distanze e facendo entrare in un mondo eccessivamente emancipato e modernizzato, la possibilità e la consapevolezza di come nasce un prodotto così banale e usato in tutte le cucine del mondo.” Ruggiero conclude: “L’agricoltura, non è il passato ma il presente, costituisce il nostro presente, la nostra realtà, la nostra speranza e la nostra vera ricchezza, impariamo a conoscerla e a tutelarla”. 

Source: www.irpinia24.it