Al referendum uniti, Alvino (Basta un Sì, Irpinia) lancia la sfida: “I comitati non diventino correnti congressuali”
Nuovi comitati sorgono e con essi la possibilità che sempre più fungano da strumento di ricollocazione nel coordinamento provinciale
Avellino – A seguito delle recenti formazioni di comitati, facenti riferimento al Pd ed essendo quindi espressione politica di una “sensibilità” ben definita, comincia a tracciarci una mappatura che nei numeri, ma soprattutto nelle personalità, sempre più delinea un sistema areale ben noto nella nostra provincia. Se il problema a livello nazionale rischia essere la personalizzazione del referendum da parte del segretario del Pd Matteo Renzi o, comunque, di quanti ritengono che quella referendaria sia l’occasione per fare la valigia al premier, nel nostro territorio la strumentalizzazione come prova di forza di una certa classe dirigente resta un’ipotesi concreta.
A rispondere ad alcune domande, in qualità di coordinatore del comitato “Basta un Sì, Irpinia”, Gaetano Alvino, il quale sostiene anche la necessità di lavorare tutti insieme, per portare a casa un risultato sui temi, perché, evidentemente, i test sui politici andrebbero fatti in altro modo.
Quanti sono attualmente i comitati nati in seno al Pd?
“Da quando la campagna referendaria ha preso il via stanno nascendo diversi comitati che rappresentano tanti pezzi del partito. Fare una conta sarebbe complicato, perché sul territorio non si riesce a controllare effettivamente quanti comitati si costituiscano ogni giorno e in più non tutti sono espressione partitica, ma si sono formati sulla base della condivisione di una causa. Ciò che auspico è che, nell’ambito degli stessi comitati, non si faccia a gara per quello più bello o quello più grande. Non si identifichino i comitati come correnti congressuali”.
Chiaramente un comitato di ordine politico ha un peso specifico per ciò che concerne la tenuta di un partito sulle questioni importanti, quindi capire dove va il Pd con i comitati è anche intercettarne la direzione complessiva, o per vincere una battaglia bisogna sempre attrarre forze esterne senza mai poterle inglobare davvero?
“Il referendum del mese di ottobre ci offre una grande opportunità, che è quella della riconciliazione delle parti all’interno del Partito Democratico. Si fa la battaglia referendaria per un’idea, non per una persona. Quale occasione più ghiotta per la conciliazione se non questa fase di nascita, dove ci si potrebbe sedere tutti intorno allo stesso tavolo, perché di base lo scopo è unitario. Non ci sono contrapposizioni significative ed è chiaro che l’unione fa la forza. C’è un elettorato da riconquistare e l’esito finale rispecchierà la capacità che avremmo avuto di spostare l’attenzione sui temi. Se vogliamo recuperare fiducia e riavvicinare le persone alla politica, dobbiamo metterci in gioco e dobbiamo farlo insieme. Non possiamo immaginare che il referendum costituzionale diventi Renzi sì o Renzi no o una questione intimamente legata alla legge elettorale. Se così fosse si verrebbe ad innescare un movimento tra le varie parti del partito democratico, per riposizionarsi in vista di quella che potrebbe essere la consultazione elettorale per il Parlamento”.
Secondo lei la legge elettorale va cambiata o va bene così confezionata? Non crede che l’Italicum, soprattutto se ci si riferisce ai premi di maggioranza, rischia di essere un’arma a doppio taglio, considerando le recenti scelte amministrative nei grandi comuni italiani?
“Per una questione di credibilità, dal mio punto di vista, la legge elettorale così nasce e così deve morire, nel senso che non si possono cambiare le regole del gioco durante la partita. La legge elettorale così come è stata concepita trovo sia un ottimo strumento di democrazia. Si ritorna alle preferenze, si ritorna alle primarie obbligatorie, anche per la scelta dei capolista. La battaglia che ci spetta fare e che abbiamo ancora il tempo di fare è sui collegi elettorali e la loro ripartizione. In provincia di Avellino si rischia seriamente che la rappresentanza parlamentare, attualmente, si riduca almeno del 50%”.
Per quanto riguarda gli iscritti del Pd che voteranno No, crede che per loro si ponga una questione di restare o uscire dopo l’esito referendario?
“Il segretario nazionale non ha posto divieti, quindi non si pone il problema dell’espulsione. Certamente la scelta di chi vota No potrebbe aprire a delle riflessioni legittime. Una minoranza ridotta che vota No nel Partito Democratico esiste, però è, secondo me, quella minoranza che vota no a tutto a prescindere, non solo al referendum. E’ una minoranza che non perde mai occasione per dar via a guerriglie all’interno del partito e per atto di responsabilità ritengo che tutto questo ad Ottobre vada evitato”.
Se si perseguisse la strada del “separatismo”, quale situazione potrebbe andare a delinearsi in vista del futuro congresso provinciale?
“La parcellizzazione delle posizioni è deleteria e come tale andrebbe assolutamente evitata, perché vorrebbe dire perdere in partenza la sfida delle riforme costituzionali. La battaglia referendaria deve spostarsi assolutamente all’esterno, non credo ci sia alcuno che suppone di vincere con i soli voti del partito democratico. Chi lo pensa ha già perso. Basta un Sì Irpinia ha lo scopo di allargarsi, di ampliare la partecipazione popolare, anche perché lo consente lo statuto per la costituzione dei comitati. Non bisogna necessariamente essere tesserati al Pd per aderire, l’importante è fare attività politica, non partitica”.
Secondo lei i comitati sono occasione di aggregazione, dunque immagina che anche dopo il referendum queste formazioni possano persistere per confrontarsi su altre questioni? Possono essere i comitati uno strumento per rivalutare i partiti?
“E’ ciò che spero vivamente, ovvero la nascita di forme associative per avvicinare soprattutto i giovani, che oggi guardano alla politica in modo diffidente, alle battaglie condotte dal Partito Democratico. I comitati non devono morire con la fine della campagna elettorale, specie quelli messi insieme da persone senza tessere di partito, ma dobbiamo poterci confrontare con loro anche su altri temi, estromettendo dal dibattito ogni tipo di personalismo, altrimenti continueremo a farne le spese”.
Politicamente come si ricompatta, però, tutto questo? Come si passa dalla condivisione di temi al partito?
“Qui entra in gioco la capacità di una classe dirigente. Se una classe dirigente si dimostra in grado di guardare oltre le stanze di partito, allora avremo recuperato a pieno quello che è l’obiettivo della stessa campagna referendaria, ossia l’allargamento alla cosiddetta base sociale, l’estensione di questioni a chi vuole fare vita politica e non per forza vita di partito. Se capiamo questo, abbiamo vinto”. Questa è la prima grande prova di tenuta del Partito Democratico, quelli che sono stati fino ad oggi i tentennamenti non hanno dato modo di verificare la coesione. Con il referendum verificheremo se esiste un partito coeso sulle questioni fondamentali o se, invece, c’è un partito che va ripensato”.
Dunque se vincesse il No si porrebbe anche una questione di permanenza per chi invece voterà Sì?
“No questo non credo. Sarebbe la sconfitta di un premier segretario, che in modo legittimo ha confermato che se dovesse perdere rassegnerà le sue dimissioni, e perderà chi ha promosso la riforma costituzionale. Non si deve mettere in discussione l’adesione a un progetto politico, ma tutto ciò che ha rappresentato il PD fino a questo momento e rendersi conto che se vincerà il No sarà la disfatta di un’intera classe politica”.
di Francesca Contino