27 Gennaio, Luigi Caputo: “Ricordare per cambiare”

La nota stampa

prc1“Nel 1988,  nel corso di un  interessante convegno su La legislazione antiebraica in Italia e in Europa,  l’allora vicepresidente del Senato, Paolo Emilio Taviani,  DC, ex partigiano e già  ministro dell’Interno, affermò  che,  dopo l’emanazione delle leggi razziali del 1938,  “in Italia,  più  che a contrastare,  ad attenuare la persecuzione degli israeliti  si mossero in molti: gli antifascisti militanti del ventennio, giovani,  laici e cattolici, ecclesiastici, perfino qualche fascista. La solidarietà  silenziosa di larghi settori del popolo italiano mitigo’ma non fermò – non poté  o non riuscì  a fermare -  l’escalation dell’ antisemitismo brutale dei teutonici” . Colpisce questo scarto improvviso nel discorso, che,  mentre descrive le conseguenze di quelle leggi sulla comunità  ebraica italiana, chiama in causa un soggetto esterno (“ i teutonici”), quasi a deresponsabilizzare, insieme al popolo italiano, il governo, o meglio il regime, di allora.  Se di lapsus si tratta, appare davvero emblematico,  non solo delle incertezze del suo autore, ma  di una mentalità  diffusa.Nel 1988 certi temi facevano ancora fatica ad affermarsi nel discorso pubblico. Nel 2000, grazie a una forte  spinta dal basso, e in particolare alla determinazione del senatore  Furio Colombo,  si giunse all’istituzione della Giornata della Memoria, più  o meno contestualmente a quanto accadde in numerosi altri Paesi. Se oggi, almeno nelle occasioni ufficiali non si ascoltano più  discorsi come quello di Taviani, è anche grazie a questa ricorrenza, che ha avuto il merito di ricollocare all’interno della storia nazionale un fenomeno,  quello delle discriminazioni e della persecuzione antiebraica,  a lungo rimosso o marginalizzato. Tuttavia centralità  non significa ancora coscienza della profondità  della compromissione allora prodottasi con l’ antisemitismo e con il razzismo in generale,  così come sta accadendo per certi versi rispetto alla loro manifestazione estrema,  la Shoah: notevole progresso della conoscenza in estensione,  molto meno in  profondità. Si sa  tutto, o quasi, di Auschwitz e del funzionamento delle camere a gas. Si conosce molto meno  bene  ciò  che precedette la soluzione finale,  la stessa natura del nazismo come forma estrema di antimarxismo e anticomunismo, la configurazione della Germania hitleriana come gigantesca centrale repressiva di qualsiasi minoranza e/ o opposizione, il suo utilizzo dell’ antisemitismo per promuovere la liquidazione,  la più  violenta e barbarica,   della lotta di classe.

Tornando al nostro Paese,  ancora  oggi  diffusa è  la convinzione che quello italiano sia  un antisemitismo di natura mimetica, di importazione,  introdotto nel Paese per cupidigia di servilismo del tiranno  italiano nei confronti del suo omologo tedesco o per un perverso spirito di emulazione. Non è  affatto così.  Sul piano storico,  innanzi tutto,  non vi è,  allo stato delle conoscenze,  alcun atto o documento che attesti una forma di pressione,  diretta o indiretta,  di Hitler su Mussolini per spingerlo ad introdurre una legislazione antisemita anche in Italia. Ispirazione, sì, indubbiamente,  ci fu, perché  era evidente la spinta propulsiva che la torsione razzista avrebbe dato all’ edificazionedello Stato totalitario. Condizionamento  tuttavia no,  perché  la svolta antisemita fu voluta e programmata lucidamente in vista del progetto di creazione dell’ uomo nuovo e rientrava in un corpus normativodi natura discriminatoriache includeva la legislazione dell’apartheidgià introdotta nelle colonie.Allora si può  affermare che la Giornata della Memoria sia riuscita pienamente nel suo scopo? Non proprio. Troppo spesso nel corso di questi anni, in nome del riconoscimento del ruolo avuto da “coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”(dall’ art. 1 della legge istitutiva della Giornata della Memoria) sonospuntati improvvisamente  benefattori e salvatori,  veri o presunti, di ebrei. Ecco allora, riverniciato e pronto al(ri)uso,   il mito del  bravo italiano; ecco, soprattutto, un’ altra occasione persa per fare i conti realmente, cioè  senza infingimenti e ipocrisie,  con la nostra storia. Non per passare dall’ autoassoluzioneall’ autoflagellazione,  ma permettere a fuoco l’ impatto che la fascistizzazione della vita quotidiana ha avuto sul popolo italiano, in cui più  corposamente si riflette la sua natura di regime reazionario di massa,  e per effettuare quella critica(e quella sanzione) delle scelte delle  classi dirigenti la cui assenza  rappresenta il vero vulnusculturale che accompagna  la nascita della Repubblica. Quale critica e quale sanzione? Quelle,  ad esempio, del comportamento di  tutti quei docenti universitari che nel 1938 avevano preso il posto dei colleghi ebrei e che rimasero impunemente in cattedra anche dopo la fine del regime;  degli  pseudo- scienziati che firmarono il c.d. “ manifesto della  razza”,  anch’essi quasi sempre lasciati nelle loro postazioni di potere con tutti gli onori;  di quei giuristi che vilipeseroil proprio sapere mettendolo al servizio del regime,  sforzandosi anche di fornire cornice legale alla ripugnante legislazione razziale,  e incredibilmente addirittura premiati,  in età  repubblicana,   con altissime cariche (un solo nome su tutti: Gaetano Azzariti,    già  presidente del “Tribunale per la difesa della razza” e divenuto nel dopoguerra addirittura presidente della Corte Costituzionale); di quei settori del mondo cattolico e della DC che nel dopoguerra  hanno continuato a fare fronte comune con i settori più  retrogradi, misoneisti e spesso antisemiti della curia romana.

Non fare i conti con la propria storia proietta le proprie ombre anche sul presente. Nell’agitarsi scomposto di chi oggi grida alla “difesa dei confini della patria”  per giustificare  la guerra permanente  contro i migranti che fuggono da guerre e fame, sembra riecheggiareil vittimismo aggressivo dei sostenitori di allora dell’idea dell’Italia in perenne conflitto di civiltà,  quel vittimismo aggressivo che sicuramente ci verrà  propinato nuovamente fra pochi giorni,  con la “Giornata del ricordo”, nata e divenuta sempre più  nel corso del tempo una sorta di festival del revisionismo storico.

 Perciò  oggi ribadiamo: ricordare,  ricordare sempre, per cambiare, ovvero la funzione più   alta che possa avere la memoria e quella che noi le riconosciamo con convinzione.”

Luigi Caputo

Source: www.irpinia24.it